Il triennio degli opuscoli. Le raccolte di inni, lodi e fogli volanti del periodo 1847-49 alla Biblioteca Universitaria di Genova

 

Federico Anghelé

(fedanghe@gmail.com)

 

Non è facile stabilire quanti e quali siano gli opuscoli risorgimentali conservati presso la Biblioteca Universitaria di Genova: solo un loro completo censimento potrebbe fornire qualche nuovo spunto per analizzare il fervore dei genovesi nel lungo Risorgimento (G. Pécout, Il lungo Risorgimento. La nascita dell'Italia contemporanea (1770-1922), Milano 1999) contribuendo magari a sfatare alcuni luoghi comuni sulla Superba città rivoluzionaria.

 

Alcune utili indicazioni sulla Genova del triennio 1847-'49 possono comunque essere ricavate dalla lettura di due preziose raccolte di opuscoli relative appunto ad anni così cruciali per la storia cittadina. Tutt'e due i volumi furono acquisiti per volontà di Pietro Nurra, a lungo direttore della Biblioteca, grande conoscitore delle vicende risorgimentali e, soprattutto, artefice di una costante implementazione del fondo risorgimentale della BUG.

 

La più sostanziosa delle due raccolte - più di 100 opuscoli - entrò in Biblioteca nel 1935 proveniente dalla Società Dante Alighieri, il sodalizio che più di altri aveva contribuito alla memoria delle vicende risorgimentali nella convinzione che il ricordo di quella fase eroica della storia nazionale avrebbe stimolato gli italiani a battersi per il compimento dell'unità della Penisola (B. Pisa, Nazione e politica nella Società Dante Alighieri, Roma 1995). Non è facile stabilire se il volume arrivò alla Dante già "assemblato" o se invece l'opera di rilegatura degli opuscoli sparsi sia frutto della volontà di un bibliotecario della stessa Società. Tantomeno sappiamo se il libro provenisse dalla sede centrale della Dante o da qualche sua diramazione periferica. Un'ipotesi suggestiva (ma tutt'altro che fondata su dati materiali) potrebbe chiamare in causa i rapporti che Nurra dovette certamente intrattenere con Paolo Boselli, che della Dante fu Presidente fino al 1932: il savonese Boselli, Presidente del Consiglio negli anni difficili della Prima guerra mondiale, era uno tra i più attenti e appassionati custodi della storia del Risorgimento (presiedette anche l'Istituto Storico Italiano), e di quel periodo amava rievocare in dotte e retoriche conferenze i più noti episodi - anche quelli locali, anche quelli della sua Liguria.

 

Se il primo dei due volumi potrebbe essere approdato alla BUG per "segnalazione", il secondo venne certamente acquistato in libreria, nel 1930. Questa seconda raccolta, che comprende 76 diversi opuscoli, ha alcune caratteristiche peculiari: sappiamo infatti che essa venne assemblata tra il 1849 ed il settembre 1852, dunque quasi in "presa diretta" rispetto allo svolgersi degli eventi, da Luigi Moraggi, al quale si devono anche il titolo e la copertina da egli stesso disegnata. Seppur ci siano ignoti i cenni biografici su Moraggi, possiamo immaginare egli avesse deciso di raccogliere opuscoletti e fogli volanti perché le testimonianze di quelle intense giornate non andassero perdute. Grazie ad una tabella che egli volle accludere al volume e che poi compilò diligentemente, possiamo conoscere il prezzo di ogni singolo opuscolo e il costo dell'intera raccolta equivalente a 7,30 lire.

Sebbene molti degli opuscoli siano presenti in tutt'e due le raccolte, siamo comunque in presenza di un numero rilevante di fogli d'occasione, numero che porterebbe a ritenere che la loro produzione sia stata particolarmente cospicua nel triennio 1847-1849, con veri picchi nel '47. Avremmo bisogno di conoscere con certezza l'andamento della produzione tipografica di stampatori ed editori genovesi per stabilire se si sia trattato di una fase particolarmente florida per la stampa di questo genere di opuscoli; senza dubbio, però, le concitate vicende politiche di quegli anni dovettero stimolare la circolazione di fogli destinati alla mobilitazione popolare. Ci è ignoto sapere se quelli presenti nelle due raccolte fossero tutti, o quantomeno la maggior parte degli opuscoli usciti nel triennio "rivoluzionario", o se invece si sia in presenza della sola punta dell'iceberg, magari di quella dalla qualità migliore, di una produzione effimera numerossima ed effervescente.

 

Senza ombra di dubbio, gli opuscoli restituiscono l'immagine di una Genova risorgimentale ben più moderata che rivoluzionaria, ben più giobertiana che mazziniana. Noi sappiamo, perché la storiografia più avvertita (B. Montale, Mito e realtà di Genova nel Risorgimento, Milano 1999, p. 143) ci ha ben informati al riguardo, che la Superba non fu certamente la base di ponte del mazzinianesimo e del garibaldinismo in Italia; tuttavia è difficile stabilire quanto le due raccolte di opuscoli avessero il proposito di fotografare la realtà o volessero semmai restituire l'immagine di una città  cattolica, monarchica, liberal-moderata.

Prima di affrontare gli aspetti contenutistici degli opuscoli, significativi per ripercorrere e ricostruire la storia di Genova nei primi anni di vero fermento risorgimentale, concentriamoci sulle loro caratteristiche morfologiche. Opuscoli e fogli volanti furono una costante nella mobilitazione civile, politica ed elettorale dell'Ottocento: si pensi, ad esempio, ai catechismi politici o ai programmi e proclami elettorali che si diffusero a partire dalla Rivoluzione francese e che "esplosero" durante il '48 fino a diventare un riconosciuto genere (P. Finelli, G. L. Fruci, V. Galimi (a cura di), Discorsi agli elettori, in "Quaderni Storici", n. 117, a. 2004, pp. 635-672); e si veda anche una raccolta non così diversa da quelle presenti alla BUG e riferita al caso milanese (Carlo Romussi, Le cinque giornate di Milano nelle poesie, nelle caricature, nelle medaglie del tempo, Milano 1894).

Nel caso delle nostre due raccolte, siamo in presenza di tipologie differenti di opere pedagogiche destinate a una diffusione popolare: oltre alle odi, ai sonetti e ai carmi attraverso i quali celebrare i protagonisti e gli eventi del riscatto nazionale, la maggior parte degli opuscoli è costituita da inni e canti, all'epoca tra gli strumenti privilegiati per «diffondere nel popolo le idee di libertà e indipendenza e per mantenere ben desti i sentimenti della patria» (L. Ganci, Musica e Risorgimento, in N. Morello (a cura di), La musica del Risorgimento a Genova negli anni 1846-1847: gli Inni patriottici della Biblioteca Universitaria, Genova 2006, p. 19). Non manca, poi, una varietà di opere le più disparate che comprendono voti e benedizioni, profezie e dialoghi. Molti di questi opuscoli dal carattere fortemente pedagogico fanno proprio uno schema compositivo mutuato dal linguaggio religioso e liturgico, sebbene il loro contenuto fosse in molti casi laico e inneggiasse, più che a Dio, alla fratellanza tra gli uomini, all'unione degli italiani, alla cacciata dello straniero dal suolo italiano.

 

Solo in alcuni casi le opere recano il nome dell'autore, solitamente associato agli inni, e in particolare a quelli più smaccatamente celebrativi. I fogli più militanti, forse anche per non incorrere nelle sanzioni della censura, sono del tutto anonimi come lo erano, talvolta, inni, canzoni e memorie a certificarne l'origine collettiva, come se si fosse trattato del prodotto non di singoli bensì di gruppi o della stessa comunità.

Moraggi raggruppò e suddivise gli opuscoli per argomento: Pio IX; Carlo Alberto; Gioberti; sulla fratellanza; canti nazionali; sul Balilla e quelli che non rientravano in nessuna delle precedenti categorie.

 

L'altra raccolta, quella della Dante Alighieri, presenta tipologie e argomenti del tutto simili, implicitamente rafforzando l'ipotesi che i due volumi siano sufficientemente rappresentativi di quella che era stata la produzione di editoria d'occasione del triennio 1847-'49.

Pur in assenza di alcun riferimento alla tiratura dei diversi fogli, si può immaginare essi non fossero privi di una certa distribuzione e circolazione. Nella maggior parte dei casi gli opuscoli erano stati stampati dai più noti laboratori editoriali e tipografici della città: Pellas, Faizola, Ferrando, Dagnino, Casamarra, Dellepiane. Fatta eccezione per la Tipografia de' Sordomuti, che dava preferibilmente alle stampe testi di impostazione moralistico-caritativa e religiosa, e per l'importante Ponthenier, presso il quale venivano pubblicate opere di mazziniani e repubblicani, gli stampatori non avevano una diretta affiliazione politica: si stampava insomma ciò che il mercato richiedeva (A. G. Cavagna, Tipografia ed editoria d'antico regime a Genova, in D. Puncuh (a cura di), Storia della cultura ligure, vol. III, Genova 2005, pp. 405 - 419).

 

Non è questa la sede per rievocare le vicende che, a partire dall'ottavo congresso degli scienziati italiani, tenutosi nel settembre 1846 proprio a Genova, avrebbero portato al  risveglio civile e politico cittadino (G. Assereto, Dall'antico regime all'Unità, in A. Gibelli, P. Rugafiori (a cura di), La Liguria, Torino 1994). È però vero che la tassonomia degli opuscoli per argomenti tracciata da Moraggi corrisponde anche alle diverse fasi di questo "risveglio" genovese che, in larga parte, visse della luce riflessa di quei grandi cambiamenti che tutta la Penisola stava attraversando. Emblematica in tal senso  la devozione verso Pio IX, oggetto del fermento cittadino in funzione di un patriottismo di matrice anti-austriaca: così come a Livorno, a Genova si «era osannato il pontefice, si era gridato morte ai tedeschi e si erano levati evviva alla indipendenza italiana» (E. Costa, Goffredo Mameli e Genova nel 1847, in E. Costa, G. Fiaschini, L. Morabito, Fratelli d'Italia, Genova 1998, p. 117). Ma quello stesso mito del Papa riformatore che aveva concesso l'amnistia ai prigionieri politici non appena asceso al soglio pontificio si era diffuso in tutt'Italia già dal 1846; e in suo onore a Genova si organizzò una grande manifestazione popolare l'8 settembre, mascherata dalla volontà di celebrare il genetliaco di Maria Vergine. Il 15, 16 e 17 ottobre nella Chiesa dell'Annunziata si tenne un triduo per Pio IX «onde porgere all'Eterno voti di ringraziamento per averci dato un uomo Grande e Pio, e di supplicazione, onde questo nuovo Samuele, ben degnamente salutato coi nomi di Mosè e Gedeone, possa felicemente compiere i grandi e pietosi disegni, il cui piano guatano mute e sorprese le nazioni oltre le Alpi ed il mare mentre festose lo applaudono le Itale genti con unanime voce» (Breve cenno del Triduo solenne pel sommo pontefice Pio IX in Genova, nel volume raccolto da Moraggi, p. 1).

I numerosi inni e canti dedicati al Papa vanno perciò inseriti in questo clima di fermento nazionale e locale a cui parteciparono tanto i gruppi giovanili e gli strati popolari quanto i membri della classe dirigente (A. Codignola (a cura di), Goffredo Mameli. La vita e gli scritti, vol. I, Venezia 1927, p. 58 e segg.). A mobilitarsi sarebbero stati sia i letterati più noti quanto i poeti di secondo piano: rientra nella prima categoria Emanuele Celesia  - autore di un inno musicato da Luigi Venzano - membro del "Comitato dell'Ordine", tra i principali promotori delle manifestazioni patriottiche di  quegli anni e destinato a diventare una delle figure-chiave nell'organizzazione culturale della città. Ma andrebbe ricordata anche la serie di canti biblici, il primo dei quali dedicato appunto a Pio IX, composti da David Chiossone giovane drammaturgo a cui sarebbe toccata una certa fama; o ancora, il cantico per il pontefice scritto da Daniele Morchio, tra i leader del moderatismo genovese e futuro punto di riferimento in città per i cavouriani.

Gli opuscoli nel loro insieme restituisono l'immagine di un pontefice riformatore tanto nel suo ruolo di pastore delle anime quanto di sovrano: gli inni dal linguaggio e dai riferimenti più intimamente religiosi  insistono sulla sua sollecitudine quale padre della Chiesa, sulla sua benevolenza verso gli ultimi, verso i miseri e, ovviamente, verso gli oppressi, volendo così alludere agli italiani senza patria. Altre volte il discorso patriottico si fa meno mascherato e più esplicitamente si parla di  Pio IX come del liberatore, di colui cui spetta il compito di emancipare l'Italia dalla tirannide, del sovrano che ha concesso l'amnistia, come si sbilancia a rimarcare Morchio («quando, dischiuso il carcere»). Gli opuscoletti condividono nella maggior parte dei casi lo schema compositivo, gli aspetti contenutistici e soprattutto un linguaggio ripetitivo, aulico, di difficile comprensione per un popolo d'illetterati se non fosse per l'insistenza su alcuni lemmi-chiave, siano essi di derivazione biblica e sacra (Pio IX come "italico Mosè" secondo Celesia) o, invece, più scopertamente riferiti al discorso nazionale (ma non certo privi di una connotazione religiosa, come ben denotano termini quali sacrificio, croce, sangue, morire). Nel complesso, le opere esplicitano la volontà di una classe dirigente moderata di indirizzare il fermento popolare smussandone gli spigoli, rendendone le istanze compatibili con le richieste che la stessa élite cittadina andava avanzando e allontanando ogni rigurgito repubblicano e anti-monarchico in una città che non ne era stata certo priva.

 

Lo stesso tentativo di "moderazione" traspare nelle pubblicazioni indirizzate a Carlo Alberto, totalmente purgate dell'antisabaudismo congenito ai genovesi e testimonianza del révirement di una città che si proponeva, almeno nei suoi strati più avanzati culturalmente e socialmente, di mettere da parte la contrapposizione frontale con Torino in favore di una conciliazione sia sul piano locale sia su quello nazionale, nella prospettiva di una prossima unificazione (E. Guglielmino, Genova dal 1814 al 1849. Gli sviluppi economici e l'opinione pubblica, Genova 1940, p. 206). Gli inni e le lodi al sovrano sardo vanno datati a partire dal novembre 1847, quando Carlo Alberto, prossimo ad un lungo soggiorno nella Superba, si fece promotore di alcune timide riforme, di portata ben inferiore rispetto alla richiesta di una guardia civica e alla concessione della libertà di stampa, come domandato dal "Comitato dell'Ordine" a settembre. Il sovrano fu salutato a Genova da un'accoglienza festosa, fondata sulla convinzione che le riforme più sostanziose non avrebbero tardato a venire: gli opuscoli, in questo senso, rendono evidente il clima di eccitazione cittadina e l'enfatico entusiasmo per concessioni ben lontane dalle reali aspettative di liberali e democratici. Carlo Alberto veniva perciò indicato come il re riformatore, e - dopo la notizia della nascita di una lega doganale tra Piemonte, Toscana e Stato pontificio - frequentemente accostato a Pio IX: "Evviva l'Italia/Evviva Pio Nono/Evviva l'Unione/E il provido Re", recitava un "inno per cantarsi dal popolo". La capacità del "Comitato dell'Ordine" di addomesticare la folla frenandone le istanze più radicali si fa esplicita nelle pubblicazioni dedicate al sovrano e destinate, nel caso di inni e canti, ad un'esecuzione pubblica: non c'è traccia della richiesta di ulteriori riforme, non c'è spazio per rivendicare i propri principi. Le opere meno retoricamente roboanti e non direttamente rubricabili come scritti d'occasione inneggiavano alla fratellanza tra liguri e piemontesi (tra gli altri, Il bacio fraterno dei popoli subalpini co' liguri del Celesia) e alla concordia nazionale. Alcuni di questi scritti vennero poi inclusi nel "Dono nazionale", una raccolta dei più bei componimenti in onore del sovrano usciti in quei primi mesi di fermento patriottico.

 

La partenza di Carlo Alberto da Genova, a sua volta ricordata in alcuni opuscoli, coincise con l'evento forse più clamoroso di questa densa chiusura di 1847: la celebrazione in pompa magna del 101° anniversario della cacciata degli austriaci. L'episodio del Balilla, che era stato strumentalmente riesumato l'anno precedente dopo che per un secolo era caduto quasi nell'oblio, divenne, in questa fase che sembrava finalmente preludere allo scontro armato con gli asburgici, il vero catalizzatore delle passioni patriottiche cittadine. Il numero più elevato di opuscoli ed inni conservati alla BUG è proprio quello relativo alla figura del Balilla divenuto, a partire dal 1846, un mito al contempo nazionale e municipale. Potremmo anzi dire che tali scritti sono testimonianza della stessa costruzione del mito del giovane Giambattista Perasso, eroe popolare la cui "riscoperta" a livello locale era stata opera dell'ala più liberale della nobiltà e dell'alta-borghesia cittadina quella cioè che aveva rivendicato «con orgoglio l'importanza storica della città e delle sue glorie passate» e che si mostrava desiderosa di dar vita ad un mito risorgimentale per la Superba (G. Assereto, Il mal della pietra. L'insurrezione genovese del 1746 e la controversia su Balilla, in C. Bitossi, C. Paolocci (a cura di), Genova, 1746: una città di antico regime tra guerra e rivolta, Genova 1998, p. 192). Non a caso, la grande manifestazione celebrativa predisposta per il 10 dicembre, fu organizzata dal "Comitato dell'Ordine" e sancì l'avvenuta consacrazione del Balilla come mito collettivo: la popolazione genovese venne radunata all'Acquasola e le trentaduemila persone che si racconta abbiano partecipato al corteo si diressero verso il santuario di Oregina dove solo un mese prima era stato per la prima volta eseguito l'inno mameliano "Fratelli d'Italia". Nella circostanza numerosissimi dovevano essere i fogli volanti e gli opuscoli usciti dalle tipografie genovesi e, in alcuni casi, distribuiti gratuitamente come l'"Inno per cantarsi dal popolo il giorno 10 dicembre 1847" edito da Ferrando. Come ha scritto Emilio Costa «non è il  valore poetico che conta di quelle canzoni, è lo spirito che le informa e che le anima, è l'impegno assiduo di un'esigenza spirituale» (E. Costa, Goffredo Mameli, cit., p. 142).

Convinti che la rievocazione di un eroico episodio del passato avrebbe mobilitato il popolo genovese contro lo stesso nemico cui si era opposto il Balilla, i soliti poeti (i nomi tornano, da Luigi Demartini a Pietro Parodi per citare due tra i più prolifici) raccontarono con semplicità la rivolta del 1746, impiegando termini facilmente intuibili che parlavano di eroismo, di patria, di sacrificio. Mentre gli stampatori avevano ripubblicato testi ormai noti come "Ro retorno do mortà da Portoria a ra Batteria da Cava in Carignan", opera di Stefano De Franchi edita per la prima volta nel 1747, i circoli intellettuali da cui la celebrazione era partita fecero uscire anche alcuni opuscoli in genovese destinati a render ancor più partecipe il pubblico popolare.

Il ritratto che emerge di Giambattista Perasso sembra proteso a metterne soprattutto in evidenza il senso di riscatto, l'eroismo, il desiderio di emancipazione insistendo non poco sulla sua giovinezza: la lotta è per definizione destinata ai forti e ai coraggiosi. Chi, meglio dei giovani, in quel determinato frangente storico, poteva farsi interprete della necessità di un impegno e di una partecipazione in prima persona in nome della fratellanza nazionale? (sul tema della "gioventù risorgimentale" A. Arisi Rota, I piccoli cospiratori. Politica ed emozioni nei primi mazziniani, Bologna 2010). Gli opuscoli, insomma, raccontavano il passato per parlare del presente e rievocavano una storia tutta genovese per alludere ad una patria più grande dalla quale scacciare quegli stessi "tedeschi" che un secolo prima la furia popolare aveva allontanato dalla Superba.

 

Come i successivi inni dedicati a Gioberti o intonati alla fratellanza nazionale, le due raccolte di opuscoletti testimoniano efficacemente una ricca produzione intellettuale destinata ad un consumo popolare in funzione di un grave impegno civile e politico; proprio perché frutto di mitografi e di un'aristocrazia liberale desiderosa di guadagnare tutti gli strati cittadini alla causa nazionale, i numerosi componimenti  provano la volontà di indirizzare e di incanalare verso istanze "mitigate" e percorribili il fermento montante della popolazione genovese. Se il pregio più grande di queste testimonianze sta proprio nella capacità di restituire il clima di una preparazione rivoluzionaria mettendo anche in luce gli sforzi della classe dirigente cittadina nel fomentare e allo stesso tempo nel governare l'effervescenza, il loro limite è soprattutto temporale. I fogli volanti, concentrandosi sui fatti del '47 e del primo '48, suggeriscono (volutamente?) che il triennio di rivolta fosse stato all'insegna di un unanimismo che – seppur non mancò inizialmente - si sarebbe ben presto arrestato anche a seguito del disimpegno di Pio IX dalla campagna anti-austriaca del 1848 e, poi, con la firma dell'armistizio Salasco, fonte di una nuova ondata di viscerale antisabaudismo. Senza dubbio, però, gli opuscoli, letti nel loro contesto storico, riconfermano quel coinvolgimento popolare nel Risorgimento che la più recente storiografia ha ben sottolineato (A. M. Banti, P. Ginsborg, Per una nuova storia del Risorgimento, in Id. (a cura di) Il Risorgimento, Torino 2007, p. XXIII) contribuendo a riportare, in un'epoca di sterili polemiche volte a rimettere in discussione quanto ormai da tempo acquisito, le vicende risorgimentali sul giusto binario interpretativo.